Michele Vietri regista e attore

A chi tanto a chi niente A chi tanto a chi niente (2006)

Storia possibile di un critico di provincia

Note del regista

Il film si organizza come uno strumento di approfondimento della storia di un piccolo festival cinematografico. E delle storie e le idee delle persone che hanno gravitato attorno ad esso. In primo luogo la storia di Camillo Marino, critico vulcanico e appassionato, che al festival ha dedicato tutta la vita. E anche di Giacomo D’Onofrio, poeta-giornalista e amico di Camillo.
È anche la storia di molte idee e delle impossibilità o contraddizioni a cui spesso esse portano: l’esigenza di un cinema alternativo a quello ‘ufficiale’, soprattutto il tentativo di elaborare una diversa modalità del discorso culturale e della sua collocazione nella società.
E quindi è la storia di uomini come Pasolini, Rea, Zavattini e altri cineasti, critici, intellettuali che sostennero il Laceno D’Oro e si raffrontarono attivamente con le iniziative di Marino.
E’ anche il racconto poetico di un ambiente provinciale e coriaceo, lucido e terragno che si confronta con un mondo colto e involontariamente elitario, impegnato e a volte solitario o distante.
E’ un indagine su cosa è stato il Laceno D’Oro, in tutti i suoi rispetti, inclusi gli opposti, e, al tempo, una memoria storica di un periodo per alcuni, e forse più, indimenticabile.

Il repertorio di sequenze e foto della manifestazione che copre quasi l’intera documentazione visiva delle diverse edizioni del festival proviene in parte dalla Rai, per gli spezzoni filmati, e per l’altra parte dai vari archivi pubblici e privati; altre sequenze di varia provenienza riguardano l’ambientazione in anni diversi e in relazione ad eventi importanti della città e delle persone: il terremoto e la politica, la serie A di calcio e l’arretratezza, e altro. A questi documenti vanno aggiunte le lettere delle continue corrispondenze che Marino aveva con molte personalità citate in questo scritto, reperibili nei rispettivi archivi (interessante il carteggio custodito nell’archivio ‘Zavattini’ di Reggio Emilia). E gli stralci dalle pubblicazioni saggistiche. Oltre a questi elementi, sono state realizzate nuove immagini del territorio nella sua attualità e, non per ultime ma piuttosto fondamentali, le interviste ai tanti partecipanti della storia che viene raccontata:

Mario Monicelli
Cesare Zavattini
Gillo Pontecorvo
Carlo Lizzani
Giuliano Montaldo

Ettore Scola
Tinto Brass
Florestano Vancini
Ansano Giannarelli
Vittorio Martinelli

Claudio G.Fava
Giampiero Brunetta
Marcello Gatti
Vincenzo Siniscalchi

Premesso che il documentario ha costituito uno strumento di indagine più approfondita, risulta comunque utile spiegare qui brevemente alcuni fatti storici che necessariamente sono assunti e focalizzati nella costruzione del film.

L' idea del festival originò da Pier Paolo Pasolini, invitato nel ‘59 da Camillo Marino, visitando i luoghi della provincia di Avellino e soprattutto il lago Laceno sull’altopiano di Bagnoli. In quelle montagne, in quegli anni, era insediata una comunità contadina che incarnava il sogno mai smesso di un'autenticità che agli inizi del boom economico e del consumismo rappresentava quasi una rarità (un vagheggiamento) per il regista di "Accattone". Pasolini realizzò che bisognava portare il cinema in quel sud lontano dai luoghi di consumo dell'attualità culturale. E anche se dopo i primi anni di collaborazione si allontanò da quel progetto, lo stesso fu in seguito in contatto suggerendo anche alcune scelte e inviti.
Allo stesso modo, l'intenzione dei fondatori del festival - il già citato, Marino e Giacomo D’Onofrio - era il riscatto dei cafoni (per usare un’espressione spesso usata dagli stessi organizzatori della rassegna) attraverso lo strumento culturale del cinema in una provincia e una città in cui le masse erano sostanzialmente asservite al potere politico e tutto stagnava in un immobilismo o assenza totale di occasioni culturali che potessero sollevare la gente irpina da una situazione di assoluta emarginazione.

In seguito,per tutti gli anni sessanta, il Laceno d'oro diventò, in epoca di guerra fredda, anche un ponte culturale con l'est europeo, risultando uno dei pochi appuntamenti in Italia con il cinema prodotto oltre la cortina di ferro. Ma anche con le cinematografie di paesi in via di sviluppo.

Nei primi anni settanta inizia una collaborazione tra Cesare Zavattini, Riccardo Napolitano, documentarista e già promotore di interessanti iniziative a Roma e Napoli, e Camillo Marino. Ad Avellino i tre si incontrano più volte e progettano la creazione dei 'Cinegiornali del Proletariato'. Zavattini in alcune lettere descrive i propositi essenziali dell'iniziativa. La rassegna avellinese avrebbe dovuto essere parte di questo progetto. Mai compiuto.

Un’importanza riconosciuta il Festival, grazie al fiuto di Camillo Marino, l'ebbe nella continua scoperta e promozione di nuovi cineasti, molti dei quali avrebbero proseguito con ottime affermazioni la carriera cinematografica; nonché la rivista Cinemasud nell’offrire un’occasione a critici giovani e sconosciuti di essere pubblicati, sempre grazie alla generosità del nostro.
Negli anni a seguire, poi, non furono rari gli episodi in cui il Laceno D'Oro diede voce a chi subiva la censura. Per brevità, i casi più noti sono il film di Brass "la Chiave" e la presenza di film e registi sudamericani, vittime della censura fascista nei propri paesi.

Come è facile capire, Camillo Marino ha sempre cercato con una fresca inventiva e una progettualità ricercata di non accettare mai un’emarginazione intellettuale a cui lo relegava inevitabilmente la sua terra e anche la sua scelta di operare comunque in quel territorio. E questo è evidente sin da quando inizia questa storia che cerchiamo di raccontare: nella lettera a Pier Paolo Pasolini in cui invitava il poeta ad Avellino c’era un passaggio “… la febbre che ti coglie quando ti accorgi che la provincia rischia di strozzarti, di uccidere le tue migliori speranze…”. E ciò non toglie che questa intima disperazione non abbia avuto anche i suoi risvolti grotteschi aumentati anche da un colore straordinario che il personaggio aveva. Ma questa debolezza per me ha il sapore della poesia e non dell’incompiutezza, dell’ineluttabilità piuttosto che della sconfitta. E a tal proposito come non riferirsi al Nicola Palumbo di C’eravamo tanti amati di Ettore Scola, interpretato da un grande Stefano Satta Flores, giornalista di provincia che si occupa di cinema e che è evidentemente ispirato a Marino.

La realtà è una secchiata d’acqua gelida. Il festival ha dovuto sempre lottare con la cronica mancanza di fondi e il boicottaggio politico degli amministratori locali e dei piccoli potenti della politica.
La sopravvivenza poteva essere garantita solo con la costituzione del Laceno d'Oro in Ente. Ma a questa richiesta le varie amministrazioni hanno sempre risposto con un avvilente e disarmante silenzio o tutt’al più con proposte di espropriazione vera e propria della manifestazione (a vantaggio di referenti politici antagonisti alle idee di Marino). Tutto ciò ha portato purtroppo nell' 89 questo Festival, uno dei più vecchi d'Italia, giunto a ben XXVIII edizioni, a dover scomparire definitivamente.

Michele Vietri

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